Svezzamento, autosvezzamento e “nutrimento piranha”: tre figli, tre esperienze e zero manuali perfetti.
Dopo il nutrimento da poppante dei primi 6 mesi, che sia da un biberon come per Elia o dal seno come per Cloe e Imai, arriva quel momento.
Se hai letto anche il mio articolo sull’allattamento Allattamento, le verità che non ti raccontano, sai già che con i figli la teoria dura sempre molto meno della pratica quotidiana. E infatti, finita una fase, se ne apre subito un’altra: lo svezzamento.
Così, con una serenità sospetta. Come se fosse tutto lineare, naturale, ordinato. Il bambino seduto composto, il cucchiaino pronto, la pappa alla temperatura perfetta e tu lì, rilassata, quasi elegante.
Poi però arriva la vita vera.
E la vita vera, almeno a casa mia, mi ha insegnato che sul cibo i figli hanno idee molto precise. Spesso anche più precise delle nostre.
Con Elia, primo figlio e prima esperienza, ho seguito uno svezzamento classico.
Con Cloe, che ho allattato fino ai 2 anni, ho sperimentato l’autosvezzamento.
Con Imai, invece, siamo entrati direttamente in una categoria tutta sua, che più che autosvezzamento potremmo serenamente definire nutrimento piranha.
Perché ci sono bambini che assaggiano.
E poi ci sono quelli che ti fissano il piatto con l’intensità di chi non sta osservando: sta già pianificando l’assalto.
Non voglio fare la maestrina e nemmeno spiegare a qualcuno come svezzare il proprio figlio. Anche perché, se c’è una cosa che ho capito, è che con i figli i manuali perfetti durano meno di una merenda lasciata incustodita. Però raccontare la mia esperienza, in modo naturale e divertente, forse può essere utile a chi ci sta passando adesso. O almeno far sentire qualcuna meno sola mentre raccoglie pezzi di pranzo dal pavimento.
Con il primo figlio segui più facilmente uno schema
Con Elia ero alla prima esperienza. E come capita a tante mamme, mi sono avvicinata allo svezzamento nel modo più classico possibile: pappine, introduzione graduale, cucchiaini, attenzione a ogni singolo passaggio.
E in quel momento, per me, aveva senso così.
Quando diventi mamma per la prima volta hai una specie di sacro desiderio di fare tutto bene. Anzi, diciamolo: non bene. Benissimo. Ti informi, ascolti, chiedi, confronti, osservi ogni reazione del bambino come se contenesse un messaggio nascosto.
Il primo figlio ti incontra così: piena di amore, certo, ma anche di attenzione estrema, di dubbi, di prudenza e di quella voglia di avere almeno l’illusione di un controllo.
Con Elia ho avuto bisogno di uno schema da seguire che mi rassicurasse e che mi desse maggiore sicurezza.
E non c’è niente di sbagliato in questo, perché anche il modo in cui accompagni un figlio nel cibo parla della fase in cui ti trovi tu, non solo di quella in cui si trova lui.
Con Cloe ho scoperto un modo più libero di vivere i pasti
Con Cloe qualcosa è cambiato.
Forse perché ero già madre, forse perché lei ha avuto un approccio diverso alla questione.
Lei di pappe non ne voleva sapere, le ho provate tutte e alla fine niente, mi sono arresa.
Per fortuna ho avuto una pediatra che mi ha sempre supportato, la Dott.ssa Roberta Pimazzoni, per noi un punto di riferimento, con Lei abbiamo optato per qualcosa di più adatto alla mia bambina. L’autosvezzamento.
L’ho allattata quasi fino ai 2 anni e nel mentre ho sperimentavo questo nuovo mondo. È stato più naturale.
Non nel senso del “facciamo tutto a caso e speriamo bene”, ma nel senso di osservare di più e controllare un po’ meno.
E devo dire che per me, è stato bello e forse più semplice.
Mi è piaciuto vivere il momento del cibo come qualcosa di più vicino alla vita vera: il bambino che guarda cosa mangi, si incuriosisce, partecipa, assaggia, rifiuta, riprova. Senza la sensazione di dover incastrare ogni cosa dentro un percorso perfetto o un frullatore.
Con Cloe ho sentito molto forte questa cosa: il cibo non è solo nutrimento.
È scoperta, contatto, relazione, imitazione è un modo per stare insieme.
E forse l’autosvezzamento, nel nostro caso, mi ha aiutata proprio a vivere di più questo aspetto.
Poi chiaro, la poesia finisce abbastanza in fretta quando trovi mezza zucchina spiaccicata in punti della casa che non sapevi neanche esistessero. Però il senso generale, ecco, quello mi è piaciuto davvero.
E poi è arrivato Imai, detto anche: nutrimento piranha
E’ arrivato Imai.
Tettomane di natura, senza alcun dubbio. Ma allo stesso tempo super mangione all’ennesima potenza.
Una combinazione che definirei completa, intensa e anche discretamente impegnativa.😅
Con lui, più che autosvezzamento, a volte, ho davvero pensato di stare vivendo una nuova corrente educativa: il nutrimento piranha.
Perché ci sono bambini che si avvicinano al cibo piano piano.
E poi ci sono quelli che sembrano voler recuperare il tempo perduto al primo boccone utile.
Imai è uno di quelli che, quando ti vede mangiare, non ha uno sguardo curioso. Ha uno sguardo operativo. Pratico. Concentrato. Quasi professionale.
E io lo dico ridendo, ma fino a un certo punto.
Da un mese gli ho finalmente tolto la tetta definitivamente, e già questo per me meriterebbe almeno un applauso simbolico, una medaglia di cartone o un buono premio per mangiare un biscotto in pace senza doverlo dividere con nessuno (impresa impossibile).
In più, a settembre inizierà il nido. E io e Rino abbiamo un timore molto specifico: non tanto l’inserimento, non tanto il distacco… quanto il fatto che possano chiederci un supplemento per quanto mangia.
Che detta così sembra una battuta.
Ma io, sinceramente, una mezza paura ce l’ho davvero.
Vi è mai capitato di dover dire basta? Forse adesso ci dobbiamo fermare, guarda che poi stai male!
Con Imai ci capita di continuo.
Di solito ci si preoccupa se i bambini non mangiano abbastanza e non del contrario.
Ha 17 mesi e mangia quasi come un adulto, è vero, mamma e papà sono mangioni e sempre pronti a nuove esperienze culinarie, ma qua parliamo di una versione 2.0 al quadrato!
Tre figli, tre esperienze completamente diverse
La verità è che tre figli mi hanno insegnato questo: sul tema svezzamento o autosvezzamento non esiste una formula perfetta che vada bene per tutti.
Esistono bambini diversi.
Esistono mamme diverse.
Ed esistono momenti diversi.
Con Elia avevo bisogno di una strada più definita.
Con Cloe ho scoperto un approccio più spontaneo.
Con Imai ho capito che puoi anche avere esperienza, ma se tuo figlio decide di vivere il cibo come una missione personale, tu puoi solo prendere atto della situazione e tenerti pronta.
Ed è proprio qui, secondo me, che si gioca tutto: non nel dover scegliere per forza una bandiera, ma nel capire cosa funziona per voi e per i vostri figli.
Svezzamento classico o autosvezzamento uno non deve per forza escludere l’altro, come se dovessi aderire a una filosofia precisa per essere una madre coerente.
Io ho capito che la maternità è molto meno teorica e molto più pratica.
Osservi. Provi. Ti aggiusti. Cambi. Capisci. Ti smentisci da sola. E vai avanti.
Con qualche dubbio, un po’ di buon senso e almeno due salviette sempre a portata di mano.
Le cose pratiche che, “senza fare lezioni” a me hanno aiutata davvero
Senza voler insegnare nulla a nessuno, ci sono alcune cose che nella mia esperienza mi hanno aiutata parecchio.
La prima è stata non vivere il pasto come una prova da superare.
Perché quando trasformi quel momento in una gara, si complica tutto. Chi mangia di più, chi mangia meglio, chi accetta prima un gusto nuovo. In realtà i bambini hanno tempi diversi, modi diversi, curiosità diverse. E già noi adulte ci mettiamo pressione su tutto: almeno il pranzo, possibilmente, lasciamolo respirare.
La seconda è stata osservare tanto.
Molto più di quanto avrei pensato. Perché i bambini, spesso, fanno capire benissimo quando sono pronti, quando vogliono partecipare, quando sono incuriositi da quello che succede a tavola. A volte basta guardarli davvero.
La terza è stata restare elastica.
Che col primo figlio è più difficile, perché vorresti capire tutto subito. Col tempo invece impari che non serve avere ogni risposta in anticipo. A volte serve solo esserci, adattarsi e non irrigidirsi troppo.
E poi una cosa fondamentale: non perdere il senso dell’umorismo.
Perché ci saranno pasti tenerissimi e altri in cui ti ritroverai a pulire cibo dai capelli, dal pavimento, dalla sedia e, in modi misteriosi, persino dietro la schiena. E in quei momenti lì, ridere aiuta più di tantissimi consigli perfetti letti online.
Autosvezzamento sì, ma senza trasformarlo in una favola perfetta
L’autosvezzamento, per come viene raccontato a volte, sembra quasi una scena da film: famiglia serena, bambino che assaggia tutto con gioia, tavola armoniosa, verdure accolte come ospiti graditi.
Ecco. Non sempre.
Nel mio caso è stata una bella esperienza, sì. Ma dentro la vita vera. Quella dei tempi disordinati, delle prove, degli aggiustamenti, delle cose che funzionano e di quelle che vanno ripensate.
Per questo faccio sempre un po’ fatica quando certi approcci vengono raccontati come se fossero perfetti. Per me non è stato un metodo magico. È stato semplicemente un percorso che, con un figlio, si è adattato bene e con un altro ha preso una piega tutta sua.
Ed è forse questo il punto: non trasformare ogni scelta in una religione domestica. A volte basta viverla, ascoltarla, raccontarla per quella che è.
Con i suoi lati belli.
Con i suoi momenti assurdi.
Con le sue briciole sparse ovunque.
Ogni figlio ti insegna che nutrire non è solo dare da mangiare: è imparare, ogni volta da capo, un modo nuovo di accompagnare.
Se mi guardo indietro, mi viene quasi da sorridere pensando a quante versioni di me ci siano state dentro questi tre percorsi.
La mamma precisa e attenta del primo figlio.
Quella più morbida e fiduciosa del secondo.
E quella del terzo, che ormai osserva, accompagna, ride e ogni tanto si chiede se sia il caso di iniziare a mettere da parte un budget dedicato solo agli spuntini.
Alla fine, per me, non ha vinto un metodo.
Non ha vinto lo svezzamento classico.
Non ha vinto l’autosvezzamento.
E nemmeno il nutrimento piranha, anche se lui ci ha provato con una certa convinzione.
Ha vinto l’ascolto.
Ha vinto l’esperienza.
Ha vinto il capire che i figli non entrano tutti nello stesso schema e che forse non dobbiamo entrarci nemmeno noi.
Anche quando il proprio equilibrio si trova con un bambino attaccato alla gamba e un cracker scomparso misteriosamente sotto il tavolo.
E tu?
Tu come hai vissuto lo svezzamento o l’autosvezzamento?
Con i tuoi figli hai seguito la stessa strada oppure ogni volta è cambiato tutto?
E soprattutto: esistono anche a casa tua piccoli aspiranti campioni di abbuffata che meritano una categoria tutta loro?
Raccontamelo nei commenti: mi piacerebbe tantissimo leggere esperienze vere, imperfette e possibilmente anche un po’ divertenti.💚
