Sveglie un po’ meno crudeli.
Giornate più lente.
Bambini finalmente liberi di respirare dopo mesi di corse, verifiche, interrogazioni, compiti.Poi però, puntuale come il caldo appiccicoso di luglio, arriva lui.Il famoso libro delle vacanze.Appoggiato lì, sul tavolo, con quell’aria innocente da “tanto sono solo poche pagine”
Peccato che spesso quelle poche pagine diventino un argomento capace di creare discussioni, trattative infinite e momenti in cui tu, genitore, ti ritrovi a fissare un esercizio di grammatica chiedendoti se non fosse più semplice montare una piscina fuori terra senza istruzioni.
Perché i compiti delle vacanze sono spesso un tema che divide.
C’è chi li trova utilissimi.
C’è chi li abolirebbe senza troppi rimorsi.
C’è chi li fa subito a giugno, così poi non ci pensa più.
E c’è chi arriva a fine agosto con il libro ancora bello rigido, quasi nuovo e un leggerissimo principio di panico familiare.
Io non sono contraria ai compiti delle vacanze, ma ho un mio pensiero a riguardo:
penso che tenere la mente allenata sia giusto. Un po’ di ripasso può servire, soprattutto per non arrivare a settembre con quella sensazione da “abbiamo rimosso tutto, compresa la tabellina del 2”.
Penso però anche un’altra cosa: il libro delle vacanze dovrebbe essere gestito con buon senso.
E forse, in alcuni casi, dovrebbe essere più facoltativo. O almeno svolto tenendo conto del bambino, della famiglia, dell’estate e della vita vera. Perché una cosa è ripassare.
Un’altra è trasformare luglio e agosto in una scuola bis, solo con le infradito.
La nostra tregua dopo la scuola
A casa nostra, di solito, facciamo così: finite le lezioni, lasciamo circa due settimane di tregua.
Due settimane in cui non si parla di compiti, libri, pagine, esercizi e “dai che poi sei libero”.
Due settimane per staccare davvero.
Perché secondo me i bambini ne hanno bisogno.
Hanno bisogno di sentire che la scuola è finita, almeno per un attimo. Che possono respirare. Che non devono subito ricominciare con qualcosa da fare, da completare, da consegnare, da controllare.
Poi, passata questa piccola pausa, cerchiamo di organizzarci.
Stabiliamo un numero di pagine al giorno o comunque un ritmo sostenibile, con l’idea di finire prima di settembre.
Non perché siamo super organizzati, sia chiaro. Magari.
Ma perché sappiamo benissimo cosa succede quando ci si riduce all’ultimo: crisi isteriche, pagine accumulate, bambini disperati, genitori sull’orlo del cedimento e il libro delle vacanze che improvvisamente sembra più lungo della Divina Commedia.
E io, sinceramente, preferirei evitare.
O almeno provarci.
Cloe e la modalità vacanza
L’estate scorsa Cloe è stata un vero osso duro.
Non ne voleva sapere. Era ufficialmente entrata in modalità vacanza e da lì non si discuteva.
Tu potevi proporre.
Potevi spiegare.
Potevi usare il tono dolce, quello deciso, quello motivazionale, quello da “facciamolo insieme che ci divertiamo”.
Niente. Lei era già altrove.
Con la testa, con il cuore e probabilmente anche con l’anima.
E devo dire la verità: secondo me tutti i torti non li aveva.
Perché noi adulti spesso guardiamo i compiti delle vacanze con la nostra ansia da settembre.
Loro invece li guardano per quello che sono: un richiamo alla scuola nel momento in cui finalmente si sentono liberi.
E io questa cosa la capisco.
Magari non sempre riesco ad accettarla con calma zen, soprattutto quando mancano ancora troppe pagine e la matita è sparita per la quinta volta in mezz’ora.
Però la capisco.
I compiti servono, ma non dovrebbero pesare su tutta l’estate
Secondo me il punto non è dire: compiti sì o compiti no.
Il punto è capire quanto, come e con che spirito. Un po’ di ripasso può aiutare.
Può essere utile per non perdere il filo, per mantenere allenata la lettura, la scrittura, il calcolo, la concentrazione.
Ma quando i compiti diventano troppi, troppo rigidi o troppo pesanti, rischiano di perdere il loro senso.
Perché a quel punto non sono più un aiuto. Diventano un peso.
E il peso non lo sente solo il bambino. Lo sente tutta la famiglia.
E a quel punto una semplice pagina può trasformarsi in una piccola battaglia quotidiana.
Una di quelle battaglie inutili che ti fanno arrivare a sera stanca, nervosa e con il dubbio di aver trasformato un esercizio di italiano in una questione di principio.
L’estate insegna anche senza quaderno
Io credo nella scuola, nell’impegno, nel rispetto delle consegne, nel valore del ripasso.
Però credo anche che l’estate insegni tantissimo, solo in modo diverso.
Insegna quando un bambino si annoia e deve inventarsi qualcosa.
Quando prepara una torta con te e pesa gli ingredienti.
Quando legge una storia perché gli va, non perché deve.
Quando conta i soldi per comprare un gelato.
Quando osserva una pianta crescere.
Quando litiga, fa pace, aspetta il suo turno, si sporca, si arrangia, sogna.
Non tutto quello che serve si impara seduti a un tavolo.
E non tutto quello che vale entra in una pagina da completare.
A volte una giornata lenta insegna più di quanto sembra.
Solo che noi adulti facciamo fatica a fidarci della lentezza.
Abbiamo sempre paura che se molliamo un po’, perdiamo qualcosa.
Ma forse, ogni tanto, lasciarli respirare non significa lasciarli indietro. Significa solo ricordarci che sono bambini.
La via di mezzo, forse, è il buon senso
La mia idea è questa: i compiti delle vacanze possono avere senso se restano umani. A casa nostra proviamo a trovare una via di mezzo.
Prima la tregua.
Poi un po’ alla volta.
Senza aspettare l’ultima settimana.
Senza pretendere giornate perfette.
Senza raccontarci che sarà sempre facile.
Perché non lo sarà. Ci saranno giorni in cui andrà tutto liscio e in dieci minuti sarà fatta.
E altri in cui una pagina sembrerà una scalata sull’Everest, con tanto di lamentele, caldo, penna che non scrive e genitore che ripete mentalmente: “respira, respira, respira”.
Ripassare può essere utile. Ma anche respirare lo è.
E forse questa frase dovremmo tenerla lì, tra una pagina da finire e una giornata da vivere.
Perché i compiti possono aiutare a non perdere il filo.
Ma l’estate dovrebbe aiutare anche a ritrovarsi.
Le mie conclusioni
I compiti delle vacanze non sono sicuramente il male assoluto, ma non dovrebbero nemmeno diventare una condanna estiva.
Dovrebbero essere uno strumento, un modo per tenere la mente allenata, sì, ma senza dimenticare che i bambini hanno bisogno anche di tempo libero, noia, gioco, leggerezza e giornate senza troppe richieste.
Noi continueremo probabilmente con la nostra strategia, poi magari Cloe entrerà di nuovo in modalità vacanza e ci ricorderà, con la sua testardaggine, una cosa semplice ma vera: forse anche loro hanno bisogno di staccare davvero.
E forse noi genitori dobbiamo trovare un equilibrio tra il senso del dovere e il diritto all’estate.
E voi invece come la pensate a riguardo?
Li fate subito, li dividete un po’ alla volta o arrivate anche voi ad agosto con il libro che vi guarda dal tavolo come una minaccia silenziosa ?
Raccontamelo nei commenti, così ci sentiamo tutti un po’ meno soli tra sole, gelati e pagine ancora da completare. 💚

Verissimo