A un certo punto succede.
Non smetti di cucinare perché non ne sei capace, ma perché non ti dice più niente.
Apri il frigorifero, vedi ingredienti che conosci a memoria, ripeti gesti automatici. Non è fame, non è pigrizia. È quella sensazione sottile per cui cucinare diventa solo un’altra voce nella lista delle cose da fare.
Eppure, non è sempre stato così.
C’è stato un tempo in cui mescolare, assaggiare, improvvisare era un piccolo spazio tutto tuo. Un gesto creativo, imperfetto, ma vivo.
Questo articolo nasce proprio da lì:
dal momento in cui cucinare smette di essere un dovere… e può tornare a essere un gesto creativo.
1) Quando la cucina diventa routine (e perché non è colpa tua)
Di solito non è la fatica fisica a spegnere la cucina. È quella mentale.
Quella che ti lascia addosso una nebbia sottile: non hai “voglia di scegliere”, non hai “voglia di decidere”, non hai “voglia di pensare”.
E la cucina, in quel momento, diventa il luogo dove questa nebbia si manifesta meglio di tutto:
devi combinare ingredienti, incastrare tempi, prevedere gusti, gestire richieste, fare in modo che “vada bene per tutti”. E intanto la giornata ti ha già chiesto molto.
Così inizi a cucinare perché si deve.
Non perché ti piace. Non perché ti nutre (in tutti i sensi). Ma perché è una cosa che va fatta, punto.
Se ti riconosci, fermati qui un secondo: non c’è niente di sbagliato in te.
Se la cucina ti pesa non significa che non sei creativa, né che ti mancano idee. Significa solo che sei in modalità sopravvivenza. E quando si sopravvive, la creatività non sparisce: si mette in pausa.
2) Il mito della ricetta perfetta
C’è una trappola gentile in cui finiamo spesso: pensare che per ritrovare la voglia serva “la ricetta giusta”. Quella che ti farà tornare entusiasmo. Quella che ti farà dire: “Ecco, adesso sì”.
Nel frattempo, però, succedono tre cose molto comuni:
- salvi ricette che sembrano meravigliose e poi non le fai mai;
- compri ingredienti “per entusiasmo” e finiscono dimenticati in dispensa;
- ti viene l’ansia da risultato: se devo mettermi lì, allora deve venire bene. Deve piacere. Deve valere la fatica.
E così la cucina diventa una prestazione: o faccio una cosa “come si deve” oppure niente.
Peccato che, nella vita vera, “come si deve” spesso non sia possibile. E a forza di aspettare la condizione perfetta, la cucina resta lì: ferma, ripetitiva, pesante.
Qui arriva un cambio di prospettiva che per me è stato decisivo:
la creatività non nasce seguendo alla lettera. Nasce prendendo libertà.
Libertà piccole, quasi invisibili.
Quelle che non fanno scena, ma ti fanno respirare.
3) Piccoli gesti che cambiano tutto (senza rivoluzionare la cucina)
Non serve trasformare ogni cena in un evento. E non serve nemmeno “trovare tempo” come se fosse un oggetto smarrito.
Serve qualcosa di più accessibile: un micro-spostamento.
Ecco alcuni esempi semplici, fattibili anche in una giornata storta:
- Cambiare un solo ingrediente: stessa pasta di sempre, ma con un’aggiunta che sposta il sapore (limone, capperi, un cucchiaino di senape, una manciata di frutta secca).
- Usare una spezia dimenticata: quella comprata mesi fa “perché mi ispirava”. Aprila. Annusala. Anche solo quello, spesso, riaccende qualcosa.
- Impiattare in modo diverso: non per fare la foto, ma per cambiare il gesto. Un piatto più piccolo, una ciotola, un tagliere. La stessa cosa, con un’altra forma.
- Cucinare senza l’obiettivo “piaccia a tutti”: anche una volta ogni tanto. Non per egoismo, ma per ritrovare un confine. La cucina non può essere sempre un referendum.
Darti un margine di imperfezione: non “oggi faccio la ricetta perfetta”, ma “oggi faccio la mia versione”. È lì che rientri tu.
Questi non sono trucchi. Sono spiragli.
E uno spiraglio, quando sei in monotonia, è già tantissimo.
4) La cucina come spazio personale, non come prestazione
C’è un punto, spesso trascurato, che cambia la relazione con il cucinare: ricordarsi che la cucina può essere anche un luogo per sé.
Non “sempre”. Non “tutti i giorni”. Non “da ora in poi mi reinvento”.
Anche solo ogni tanto.
- Un gesto piccolo: preparo qualcosa che mi piace davvero.
- Oppure cucino ascoltando un silenzio che mi serve.
- Oppure mi concedo di assaggiare mentre cucino, senza fretta, come se quel momento fosse legittimo.
Quando succede, anche per dieci minuti, la cucina smette di essere un servizio e torna a essere un gesto. E quel gesto, lentamente, ti rimette in contatto con una forma di rinascita quotidiana: non quella spettacolare, ma quella concreta. Quella che non cambia la vita in un giorno, ma ti riporta dentro la tua giornata.
E in fondo è questo il punto: non è il piatto che deve essere creativo.
Sei tu che puoi tornare presente, anche in mezzo alla routine.
La creatività non è fare qualcosa di nuovo.
È guardare quello che fai ogni giorno con occhi diversi.
Non c’è una promessa miracolosa qui.
Non c’è un “da domani sarà tutto diverso”. E non c’è nemmeno una lista di cose da fare per diventare “quella che cucina con gioia”.
C’è solo un’idea semplice, che spesso sottovalutiamo:
non servono nuove ricette, ma piccoli spostamenti di prospettiva.
Perché la cucina non deve essere perfetta per tornare viva.
Devo solo tornare ad assomigliarti un po’. Anche in modo imperfetto. Anche a tratti. Anche quando la giornata è piena.
E se oggi sei nella fase in cui cucini “perché si deve”, va bene così: non sei sbagliata. Sei stanca. Sei satura. Sei in modalità sopravvivenza.
Ma dentro quella modalità può aprirsi una crepa. Piccola. Silenziosa. Sufficiente.
Nel prossimo articolo racconterò il primo, minuscolo gesto che mi ha aiutata a uscire dalla routine in cucina.
Niente rivoluzioni. Solo una piccola crepa nella monotonia.
Ora dimmi, succede anche ate?
Ti va di raccontarmi quando cucinare ha smesso di essere un piacere per te?
Oppure se c’è un piccolo gesto che, ogni tanto, ti fa tornare la voglia? Raccontiamoci…può essere utile 💚
