Non ricordo esattamente com’è iniziato tutto.
So solo che qualche anno fa mi sono ritrovata in una casa alla periferia di Leinì, con tanto verde intorno e spazi che aspettavano solo di prendere forma, di trovare un carattere, una storia da raccontare.
All’inizio non ne sapevo niente di piante.
Lavoravo in un ipermercato, il tempo libero era pochissimo, e avevo un bimbo di due anni che riempiva il cuore… e le giornate.
Eppure, quasi per gioco, decisi di comprare qualche pianta.
Volevo solo dare un po’ di colore al terrazzo, rendere più accogliente il giardino.
Piantai delle rose. Aggiunsi dei gerani rossi e fucsia.
Non era molto, ma quei piccoli tocchi di vita mi facevano stare bene.
Erano lì, silenziosi, ma presenti. E io, forse per la prima volta da tempo, mi sentivo radicata.
Poi arrivò la mia secondogenita, e con lei anche un cambio di ritmo.
Lasciai il lavoro per dedicarmi un po’ di più alla famiglia.
Fu in quel periodo che iniziai a notare quanto la terra, i fiori, il verde… mi stavano cambiando.
Ricordo ancora quando mi regalarono una palma nana.
Era piccola, e nella mia ignoranza mi chiesi se sarebbe mai sopravvissuta.
La guardavo con dubbio, quasi con tenerezza.
E invece è ancora qui, otto anni dopo.
È cresciuta piano, ma sicura. Come me.
Ogni volta che la guardo penso: “Ce l’abbiamo fatta.”
Non sono diventata una giardiniera esperta. Ho ancora molto da imparare.
Ma quel bisogno di prendermi cura del verde è diventato un modo per prendermi cura di me.
Il giardinaggio mi ha insegnato a rallentare.
A capire che ogni cosa ha il suo tempo.
Che non tutto si può forzare.
Che si può sbagliare, ricominciare, ripiantare.
Oggi il mio giardino è in fiore.
Non sarà quello delle riviste patinate — niente aiuole geometriche, niente tappeti erbosi da rotocalco — ma è vivo. E soprattutto, è mio.
E sì, prima di arrivare a questo risultato ho collezionato vasi inariditi, piante stecchite, semi che non hanno mai visto la luce e gerani che si sono offesi e non hanno più parlato.
Ci sono state estati in cui dimenticavo di innaffiare (colpa del caldo, dei bambini, della vita) e inverni in cui guardavo i vasi vuoti chiedendomi se fosse tutto da buttare o se si potesse ripartire. (Spoiler: si può sempre ripartire!)
Tra un errore e una fioritura inaspettata, ho imparato più di quanto immaginassi.
Ho imparato a non forzare, a dare tempo, a non prendermi troppo sul serio.
E anche a non comprare mai più una pianta solo perché “era in offerta”.
Il giardinaggio mi ha insegnato che la pazienza è una forma di forza,
che anche nei periodi più secchi può tornare il verde,
e che a volte basta un po’ d’acqua, un po’ di sole…
e qualcuno che ti dia fiducia anche quando sembri un vaso vuoto.
E tu, hai mai ucciso un cactus? Dai, raccontamelo nei commenti! 😄💚
