Ci sono giorni in cui hai la sensazione di parlare a vuoto.
Dici una cosa una volta.
Poi due.
Poi tre.
Poi alla quarta ti senti già sul confine sottile tra la mamma consapevole che vorresti essere e quella che sta per perdere la pazienza per un paio di calzini mollati in mezzo al pavimento come se fosse la cosa più normale del mondo.
Poi però succede qualcosa.
Una parola che tuo figlio ripete identica a una tua.
Un’espressione.
Un tono.
Un modo di sbuffare, di reagire, di chiudersi o di esplodere.
E lì ti fermi.
Perché in quel momento capisci che forse i figli non ascoltano sempre quello che diciamo, ma assorbono tutto quello che vivono accanto a noi. Assorbono l’atmosfera, i silenzi, le tensioni, la tenerezza, la rabbia, il modo in cui affrontiamo le giornate storte e quello in cui proviamo a rimetterle insieme.
Ed è lì che l’educazione smette di stare solo nelle parole e comincia a mostrarsi per quello che è davvero: un continuo e potentissimo passaggio di esempio, anche quando non ce ne accorgiamo. ( Questo ovviamente non vale per i calzini)
Molto spesso, in questo periodo, mi fermo a pensare a quello che vorrei trasmettergli.
I valori, prima di tutto. Il modo in cui vorrei che affrontassero la vita, le sconfitte, le vittorie, le giornate storte. E anche, più semplicemente, il modo in cui vorrei che imparassero a gestire le emozioni.
Perché penso a tutto questo? Perché da mamma mi rendo conto dei loro limiti, certo. Ma ancora di più dei miei.
In un periodo stressante come quello che stiamo vivendo io e Rino, con una ristrutturazione in casa, quattro bambini da gestire, il lavoro, la scuola, gli incastri quotidiani e il caos generale, ci sono giornate in cui arriviamo carichi già da metà mattina. E lì tutto diventa più difficile.
Ogni tanto mi viene da dire: basta, mi dimetto.
Come se potessi farlo davvero.
Poi però mi ricordo che uno dei capi di questa azienda familiare, passatemi il termine, sono io. E no, a quanto pare, a me non è concesso mollare l’incarico.
Ed è proprio nelle giornate così che mi rendo conto di una cosa: trasmettere calma e stabilità ai bambini è difficile quando io per prima mi sento tutt’altro che calma e stabile.
Ed è lì che la verità si presenta senza tanti giri: i figli forse non ascoltano sempre quello che diciamo, ma assorbono tutto quello che vivono accanto a noi.
Assorbono il tono con cui ci parliamo.
Il modo in cui affrontiamo una giornata storta.
Il modo in cui reagiamo alla fatica.
Il modo in cui trattiamo gli altri, ma anche noi stessi.
Quello che i figli imparano davvero da noi
Noi ci concentriamo tanto su cosa dirgli.
Cerchiamo di spiegare bene, di correggere, di insegnare il rispetto, l’educazione, il modo giusto di stare al mondo.
Ma loro, nel frattempo, osservano altro.
Osservano come reagiamo quando siamo nervosi.
Come chiediamo scusa.
Come viviamo la frustrazione.
Come ci comportiamo quando qualcosa non va come vorremmo.
E spesso imparano più da questo che da tanti discorsi fatti bene.
Elia e Cloe, per esempio, sono molto diversi tra loro. Ognuno ha osservato e assorbito a modo suo, anche in base al proprio carattere.
Elia è più estroverso, più simile a me.
Cloe è più introversa, più simile al suo papà.
Eppure entrambi, a modo loro, hanno imparato tanto semplicemente guardandoci vivere.
Elia, a volte, è perfino troppo cortese per essere un bambino e questa cosa mi fa sorridere. Ma probabilmente ha visto tante volte quanto per me sia naturale comunicare con gli altri, entrare in relazione, avere attenzione per chi ho davanti.
Cloe è educata allo stesso modo, anche se la sua timidezza la porta a essere meno espansiva. E va bene così.
Per me, per noi, la cosa importante è aver trasmesso loro il rispetto e l’educazione verso ciò che li circonda: persone, cose, animali.
I valori passano anche nei gesti più piccoli
A volte pensiamo che per insegnare qualcosa ai figli servano grandi discorsi.
In realtà, spesso, quello che lascia il segno passa dai gesti più semplici.
Se per strada vedo un pezzo di plastica vicino a un cestino, lo raccolgo e lo butto.
Loro lo vedono.
E crescendo hanno imparato non solo a non buttare per terra, ma anche a raccogliere, quando si può fare in sicurezza.
Sono cose piccole, apparentemente normali, ma è proprio lì che si costruisce una parte dell’educazione.
Non solo nel “non si fa”.
Anche nel “guarda come lo faccio io”.
Ed è forse questa la parte più delicata dell’educare con l’esempio: accorgersi che trasmettiamo molto anche quando pensiamo di non stare insegnando niente.
La parte più difficile: insegnare ciò che stiamo ancora imparando
C’è però una cosa che, per me, resta più complicata delle altre: insegnare a gestire la rabbia.
Perché io per prima, quando sono piena fino all’orlo, faccio fatica a non esplodere.
E questa è una di quelle verità che fanno male da guardare, ma che credo sia importante non nascondere. Perché i figli non imparano solo dalle nostre intenzioni. Imparano anche dai nostri automatismi, dalle frasi dette di fretta, dal tono, dalla tensione che si respira in casa.
Per questo, a volte, la parte più scomoda dell’essere genitori non è correggere loro.
È fermarsi e guardare noi.
Io però una cosa l’ho capita: la rabbia non è un’emozione sbagliata.
Va riconosciuta, accolta, ma anche imparata a contenere.
E forse è proprio qui che si gioca una parte importante dell’educazione.
Non nel mostrarsi sempre perfetti, ma nel far vedere ai figli che anche gli adulti stanno ancora imparando.
Che si può sbagliare.
Che si può chiedere scusa.
Che si può tornare indietro e riprovare.
Un genitore non educa perché non sbaglia mai.
Educa anche quando, dopo aver sbagliato, trova il coraggio di dire:
“Prima ho esagerato.”
“Ti ho parlato male.”
“Ero arrabbiata, ma non era giusto.”
Anche questo i figli lo assorbono.
Forse soprattutto questo.
Quello che resta davvero
Alla fine, forse, i figli non porteranno con sé tutte le regole che abbiamo ripetuto cento volte.
Non ricorderanno ogni raccomandazione.
Non tutti i discorsi fatti tra il corridoio e la porta di casa.
Però ricorderanno altro.
Il modo in cui ci si sentiva accanto a noi.
Il modo in cui affrontavamo i momenti storti.
Il modo in cui chiedevamo scusa.
Il modo in cui amavamo.
Perché i figli, anche quando sembrano non ascoltare, imparano ogni giorno da ciò che vedono in noi, nel nostro modo di parlare, reagire, rispettare, affrontare la vita.
E forse il punto non è diventare perfetti prima di educare.
Il punto è accorgerci che, mentre proviamo a insegnare a loro come stare al mondo, loro ci stanno guardando per capire come si fa.
“I figli fanno meno di ciò che diciamo e molto di più di ciò che siamo.”
Forse non ascoltano sempre.
O almeno non nel momento esatto in cui vorremmo noi, possibilmente subito, in silenzio e magari pure con riconoscenza. Che già questa, diciamolo, sarebbe fantascienza domestica.
Però osservano.
Assorbono.
Trattengono.
E questo, anche se a volte spaventa, è una possibilità enorme.
Non dobbiamo essere perfetti, anche perché non lo siamo. Ci chiedono però di essere presenti.
Un po’ più consapevoli.
Un po’ più onesti.
Un po’ più disposti a guardarci, prima ancora di correggere loro.
Perché crescere dei figli è anche questo: accorgersi che mentre proviamo a insegnare a loro come affrontare la vita, le emozioni e le giornate storte, siamo costretti a impararlo meglio anche noi.
E voi?
Vi è mai capitato di ritrovare in vostro figlio una vostra frase, un gesto, un tono o un modo di reagire?
Quelli belli fanno sorridere.
Quelli meno belli, invece, ci mettono davanti a uno specchio.
Se vi va, raccontatemelo nei commenti: può essere un modo per sentirci tutti un po’ meno sbagliati e un po’ più umani. 💚
